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Donazione mortis causa

Ricorre un patto successorio istitutivo, nullo ai sensi dell'art.
458 cod. civ. nella convenzione avente ad oggetto la disposizione di
beni afferenti ad una successione non ancora aperta che costituisca
l'attuazione dell'intento delle parti, rispettivamente, di
provvedere in tutto o in parte alla propria successione e di
acquistare un diritto sui beni della futura proprieta' a titolo di
erede o legatario. Tale accordo deve essere inteso a far sorgere un
vero e proprio "vinculum iuris" di cui la successiva disposizione
testamentaria costituisce l'adempimento. Conseguentemente deve
essere esclusa la sussistenza di un patto successorio quando tra le
parti non sia intervenuta alcuna convenzione e la persona della cui
eredita' trattasi abbia solo manifestato verbalmente all'interessato
o a terzi l'intenzione di disporre dei suoi beni in un determinato
modo, atteso che tale promessa verbale non crea alcun vincolo
giuridico e non e' quindi idonea a limitare la piena liberta' del
testatore che e' oggetto di tutela legislativa.

ANNO/NUMERO: 2000 05870


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. Vittorio VOLPE Presidente
Dott. Antonino ELEFANTE Consigliere rel.
Dott. Enrico SPAGNA MUSSO Consigliere
Dott. Lucio MAZZIOTTI di CELSO Consigliere
Dott. Giovanna SCHERILLO Consigliere
ha pronunciato la seguente
S E N T E N Z A
Sul ricorso iscritto al n. 15591/97 proposto
da
PERRONE MARIA, elettivamente domiciliata in Roma, Via Paraguay
n. 18, presso lo studio dell'Avv. Ranieri Honorati che unitamente
all'Avv. Giovanni Raite' la rappresenta e difende come da procura in
calce al ricorso.
RICORRENTE
contro
NOBILI AMERICO e LUCENTE LIDIA, elettivamente domiciliati in
Roma, Via Tabarrini n. 15, presso lo studio dell'Avv. Fulvio Palmieri
che unitamente all'Avv. Vincenzo Muscolino li rappresenta e difende
come da procura a margine del controricorso.
CONTRORICORRENTI
per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di
Milano n. 1581/97 del 09.04/20.05.1997.
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
19.11.1999 dal Cons. Dott. Antonino Elefante.
Sentiti gli Avv.ti Ranieri Honorati e Vincenzo Muscolino.
Udito il P.M. in persona del Sost. Proc. Gen.le Dott. Vincenzo
Maccarone che ha concluso per il rigetto del ricorso.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione 18.5.1989, Maria Perrone, premesso che
aveva ospitato a titolo di amicizia i coniugi Americo Nobili e Lidia
Lucente nell'appartamento di sua proprieta' sito in Como via
Montelungo n. 10; che durante la convivenza aveva manifestato
l'intenzione di nominare la Lucente sua crede universale ma poi aveva
concordato con i suddetti coniugi la stipula fittizia di un atto di
compravendita con riserva di usufrutto; che tale atto, stipulato il
18.6.1984 a rogito del notaio Miserocchi, dissimulava un patto
successorio, nullo ex art. 458 c.c.; conveniva in giudizio davanti al
Tribunale di Como i suddetti coniugi Nobili-Lecente al fine di sentir
dichiarare la simulazione assoluta dell'atto di compravendita
18.6.1984 e, per conseguenza, accertare il suo diritto di proprieta'
sull'appartamento.
I convenuti contestavano la domanda e ne chiedevano il rigetto,
istando per la condanna dell'attrice al risarcimento dei danni ex
art. 96 c.p.c..
All'esito dell'istruttoria il Tribunale rigettava la domanda
della Perrone e compensava le spese del giudizio, osservando che
l'oggetto del preteso accordo simulatorio, come prospettato
dall'attrice, non costituiva patto successorio istitutivo vietato
dall'art. 458 c.c.. Riteneva, infatti, il Tribunale che non erano
stati forniti univoci elementi di prova in merito alla natura
liberale dell'atto, a fronte della quietanza rilasciata nell'atto
dalla venditrice per il pagamento della quasi totalita' del prezzo
pattuito, ne' era stato provato che i contraenti avessero voluto un
negozio diverso dalla compravendita ed in particolare una donazione
mortis causa, perche' la Perrone aveva trasferito immediatamente il
diritto di nuda proprieta', mentre nella donazione mortis causa e
piu' in generale nel patto successorio non si ha l'immediato effetto
traslativo del diritto in favore del donatario, in quanto il
trasferimento e' subordinato alla morte del donante.
Tale decisione veniva impugnata dalla Perrone davanti alla Corte
d'appello di Milano che, con sentenza n. 1581/97 del
09.04/20.05.1997, rigettava l'appello, condannando la Perrone al
pagamento delle spese di primo e secondo grado.
Premesso che i patti successori, vietati dalla legge (art. 458
c.c.), sono, da un lato, le convenzioni aventi ad oggetto una vera e
propria istituzione di erede rivestita della forma contrattuale, e
dall'altro, quelle che abbiano per oggetto la costituzione,
trasmissione o estinzione di diritti relativi ad una successione non
ancora aperta e facciano sorgere un vinculum iuris, di cui la
successiva disposizione testamentaria costituisce l'adempimento,
riteneva la Corte milanese che, nel caso specifico, non ricorreva il
patto successorio istitutivo vietato dall'art. 458 c.c. perche' la
Perrone aveva stipulato una vendita con riserva di usufrutto, il bene
alienato non era ancora parte dell'eredita' ne' era da prendersi da
questa, e non vi era alcuna istituzione di erede in forma
contrattuale, sicche' la proprietaria aveva disposto liberamente di
un proprio bene. Correttamente il Tribunale non aveva tenuto conto
della prova testimoniale, trattandosi di simulazione fatta valere da
una delle parti contraenti, stante il divieto di cui all'art. 1417
c.c., che non poteva essere superato dall'eccezione ivi prevista
(prova diretta a far valere l'illiceita' del contratto). In ogni caso
il risultato delle prove testimoniali era sostanzialmente ininfluente
ai fini della decisione, dato che nessun patto successorio poteva
essere ravvisato nella vaga promessa verbale del de cuius di testare
a favore di una determinata persona, essendo simile promessa inidonea
a creare un valido vincolo giuridico e, quindi, a limitare la
liberta' di far testamento, oggetto della tutela giuridica.
La Corte distrettuale escludeva che dall'esibito documento n. 3
potesse desumersi la liberalita' della Perrone perche' gli importi e
le voci indicate in tale documento erano prive di qualsiasi
riferimento e, per quanto riguardava il mutuo, non era possibile
risalire alla natura ed entita' dello stesso, sicche' non valeva a
superare la dichiarazione di quietanza contenuta nel rogito.
Osservava la Corte d'appello che era da escludere l'ipotesi
della simulazione assoluta perche', come dichiarato dalla stessa
Perrone, le parti "avevano dissimulato l'atto nullo ai sensi
dell'art. 458 c.c.", nonche' della donazione mortis causa perche' non
ammessa nel nostro diritto per la medesima ragione del patto
successorio.
Infine la Corte d'appello riteneva inammissibile il deferimento
del giuramento decisorio sul punto del pagamento del prezzo perche'
si sarebbe dovuto negare un fatto - il pagamento del prezzo - che il
pubblico ufficiale, rogante l'atto, aveva attestato essere avvenuto
alla sua presenza.
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione Maria
Perrone, deducendo tre motivi di annullamento.
I coniugi Nobili-Lucente hanno resistito con controricorso.
Entrambe le parti hanno depositato memoria.
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Con il primo mezzo la ricorrente, deducendo violazione e
falsa applicazione degli artt. 458 e 1414 c.c., in relazione all'art.
360 n. 3 c.p.c., si duole che la sentenza impugnata abbia escluso il
patto successorio, senza considerare che la vendita con riserva di
usufrutto, indipendentemente dalla natura fittizia della stessa, non
contraddice agli aspetti che la giurisprudenza di questa Corte (Cass.
22.7.1971 n. 1404) ha indicato per l'individuazione di tale patto.
Sostiene la ricorrente che la durata dell'usufrutto fino alla morte
dell'usufruttuaria e la inesistenza di qualsiasi ragione per la
cessione della nuda proprieta' se non quella di un atto estrinsecante
la liberta' di disporre da parte della cedente, avrebbero dovuto far
ritenere che si trattava di un patto successorio, vietato dall'art.
458 c.c.-
2. Con il secondo mezzo, deducendo omessa, insufficiente e
contraddittoria motivazione (art. 360 n.5 c.p.c.), la ricorrente
assume che la sentenza impugnata non avrebbe spiegato perche' non era
applicabile l'art. 458 c.c., non essendo le considerate circostanze -
cioe' le parti avevano stipulato un atto di vendita con riserva di
usufrutto, la successione della Perrone non era ancora aperta e la
proprietaria poteva disporre liberamente del bene - elementi
incompatibili con il patto successorio. L'esistenza di simile patto
"contra legem" avrebbe dovuto rendere ammissibile la prova
testimoniale della simulazione della vendita con riserva di
usufrutto. Erroneamente la Corte d'appello avrebbe omesso di
approfondire l'esame del materiale probatorio, che pure aveva indotto
il Tribunale a ritenere fittizio l'atto, limitandosi a considerarlo
irrilevante, laddove specialmente la scrittura relativa al mutuo,
proveniente dal Nobile, costituiva prova documentale, o quanto meno
indiziaria, della simulazione, con conseguente ammissione della prova
testimoniale circa l'esistenza del patto successorio.
3. Con il terzo mezzo, deducendo omessa, insufficiente,
contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia e
violazione o falsa applicazione dell'art. 2700 c.c., in relazione
all'art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c., la ricorrente censura l'impugnata
sentenza laddove ha ritenuto inammissibile il deferito giuramento
decisorio finalizzato a provare il mancato pagamento del prezzo, di
cui alla quietanza contenuta nel rogito. Secondo la ricorrente
l'asserito contrasto con l'art. 2700 c.c., in quanto si sarebbe
dovuto negare un fatto (pagamento del prezzo) che il pubblico
ufficiale attestava avvenuto alla sua presenza - non sussisterebbe
perche' in base all'art. 2 dell'atto di vendita 18.6.1984 il notaio
dava atto che il pagamento del prezzo era gia' avvenuto al momento
del rogito e, quindi, non era un fatto avvenuto alla sua presenza,
per cui la dichiarazione del notaio sul punto non poteva ritenersi
costituente fede privilegiata.
A) I motivi, da trattare congiuntamente perche' strettamente
connessi, sono infondati in base alle seguenti considerazioni.
A.1) Il tema dei patti successori e del divieto sancito
dall'art. 458 c.c. si intreccia con l'analisi di una puntuale nozione
di simili patti e della rilevanza di quegli strumenti propri
dell'autonomia contrattuale che, adattati secondo opportuni schemi,
consentono la devoluzione di beni in vista e in conseguenza della
propria morte al di fuori del testamento, senza peraltro incorrere
nel suddetto divieto.
Non v'e' dubbio che la nozione di patto successorio risulta
ardua per la molteplicita' delle figure ipotizzate e per la
difficolta' di identificare un carattere comune sufficientemente
significativo, essendo il patto istitutivo, che e' quello
maggiormente rilevante per il tipo di interessi destinati a essere
soddisfatti, profondamente diverso dal patto dispositivo e
rinunciativo.
Per patti successori istitutivi si intendono quelle convenzioni
con le quali si istituisce un crede o un legato, o ci si impegna a
farlo in un successivo testamento; per contro patti dispositivi e
rinunciativi sono quelli con i quali un soggetto dispone, non della
propria successione, ma dei diritti che gli possono derivare dalla
successione dell'altra parte contraente o di un terzo (patti
dispositivi), ovvero rinuncia ad essi (patti rinunciativi). Con i
patti istitutivi queste due ultime figure condividono soltanto
l'avere ad oggetto beni che si riferiscono ad una successione non
ancora aperta. E mentre il fondamento del divieto dei patti
successori istitutivi e' generalmente ravvisato nell'esigenza di
tutelare ed assicurare la liberta' di disporre della propria
successione col testamento, cioe' con l'atto tipico di ultima
volonta', assolutamente revocabile (donde l'incompatibilita' con la
struttura della istituzione pattizia di crede o di legato), la
ragione del divieto dei patti dispositivi e rinunciativi e'
individuata in varie esigenze - come quelle di impedire a giovani
inesperti e prodighi di dilapidare tutte le loro sostanze prima
ancora di venirne in possesso, ovvero di evitare convenzioni immorali
e socialmente pericolose (votum captandae mortis), oppure di rendere
certo e operativo il traffico giuridico - dubitandosi finanche della
loro natura di atti mortis causa, in quanto non incidono direttamente
sul fenomeno successorio. Invero solo l'istituzione contrattuale di
erede e il legato attribuito mediante contratto (patti successori
istitutivi) si configurano come vere e proprie disposizioni mortis
causa.
Cio' ha una notevole importanza perche' dal riconoscere a un
atto la natura di negozio mortis causa contrattuale dipende non solo
un diverso atteggiarsi degli effetti, ma, in via di principio, la
stessa validita'. Il divieto dei patti successori pone il problema
del confine fra contratti inter vivos con effetti post mortem (dove
la morte di uno dei contraenti figura soltanto come termine o
condizione, ovvero come evento per la piena attribuzione
patrimoniale) e contratti in cui la morte assume rilevanza causale.
E' evidente che soltanto questi ultimi, cadendo nel divieto, sono da
ritenere nulli; poiche' non tutti i contratti i cui effetti siano in
qualche modo collegati con la morte. di uno dei contraenti, assumono
necessariamente carattere di disposizione a causa di morte.
A.2) L'autonomia privata, che in sede testamentaria conosce
limiti molto rigidi, riacquista tutta la propria capacita' espansiva
quando la struttura contrattuale prescelta determina l'immediato
trasferimento del bene attraverso un atto inter vivos, pur
subordinandone la definitivita' alla morte (per cui e' stata ritenuta
valida la donazione con cui il disponente si riserva, vita natural
durante, l'usufrutto dei beni donati, stante l'attualita' e
immediatezza dell'acquisto della nuda proprieta', essendo successivo
alla morte del donante solo l'immissione nel possesso: Cass.
13.10.1958 n. 3240; 27.9.1954 n. 3136). In tal casi si e' al di fuori
dell'ipotesi del patto successorio, trattandosi di utilizzazione di
determinati schemi negoziali caratterizzati dall'efficacia post
mortem, la cui validita' e' stata generalmente ammessa (ad es. e'
stata riconosciuta valida la donazione sotto condizione della morte
(si moriar) o della premorienza (si praemoriar) del donante (Cass.
9.7.1976 n. 2619; 16.6.1966 n. 1547); parimenti e' stato riconosciuto
valido il mandato post mortem (Cass. 4.10.1962 n. 2804; 25.3.1993 n.
3602) e il contratto a favore di terzo con effetti post mortem).
A.3) Ai fini del divieto di cui all'art. 458 c.c., l'estremo
fondamentale del patto successorio (istitutivo) va ravvisato
nell'esistenza di una convenzione avente ad oggetto la disposizione
di beni afferenti ad una successione non ancora aperta, che
costituisca l'attuazione dell'intento delle parti, rispettivamente,
di provvedere in tutto o in parte alla propria successione e di
acquistare un diritto sulle cose della futura eredita' a titolo di
erede o di legatario. L'accordo deve essere inteso a far sorgere un
vero e proprio vinculum juris di cui la successiva disposizione
testamentaria costituisce l'adempimento; deve essere, cioe', idoneo a
costituire una valida ed irrevocabile fonte di obbligazione, nulla
solamente in virtu' dell'art. 458 c.c.. Pertanto e' da escludere
l'esistenza di un patto successorio quando tra le parti non sia
intervenuta alcuna convenzione, e la persona nella cui eredita' si
spera abbia solo manifestato verbalmente, all'interessato o a terzi,
l'intenzione di disporre dei suoi beni in un determinato modo, atteso
che tale mera promessa verbale non crea alcun vincolo giuridico e non
e' quindi idonea a limitare la piena liberta' del testatore che e'
oggetto di tutela legislativa (Cass. 29.5.1972 n. 1702).
Al riguardo questa Corte ha precisato che una determinata
pattuizione ricade nella comminatoria della nullita' di cui all'art.
458 c.c. "1) se il vincolo giuridico con essa creato abbia avuto la
specifica finalita' di costituire, modificare, trasmettere o
estinguere diritti relativi ad una successione non ancora aperta; 2)
se la cosa o i diritti formanti oggetto della convenzione siano stati
considerati dai contraenti come entita' della futura successione o
debbano comunque essere compresi nella stessa; 3) se il promittente
abbia inteso provvedere in tutto o in parte della propria
successione, privandosi, cosi', dello 'ius poenitendi'; 4) se
l'acquirente abbia contrattato o stipulato come avente diritto alla
successione stessa; 5) se il convenuto trasferimento, dal promittente
al promissario, debba avere luogo 'mortis causa', ossia a titolo di
eredita' o di legato" (Cass. 16.2.1995 n. 1683; 22.7.1971 n. 2404).
Precedentemente questa Corte aveva pure affermato che, perche'
sussista il patto successorio vietato dalla legge (art. 458 c.c.)
occorre non solo che esso sia anteriore all'apertura della
successione ma anche che la cosa oggetto della convenzione debba
prendersi dall'eredita' ed essere trasferita al promissario a titolo
di eredita' o di legato; per cui non costituisce patto successorio la
vendita di beni, con la quale il venditore si riserva, vita natural
durante, l'usufrutto a proprio favore (Cass. 9.4.1947 n. 526).
B) Nel caso specifico non puo' parlarsi di patto successorio
perche' non si e' in presenza di un trasferimento mortis causa, e
perche' manca il patto stesso.
Sotto il primo profilo va osservato che non si qualifica mortis
causa ogni atto (trasferimento di diritto) che acquista (piena)
efficacia con la morte del disponente, ma solo quell'atto col quale
una persona dispone dei suoi diritti patrimoniali non attualmente, ma
per il tempo in cui, avendo cessato di vivere, non potra' piu'
conservarne la titolarita'. Pertanto se la morte del titolare del
diritto impone che si disponga sulla sorte del diritto stesso, l'atto
di disposizione e' mortis causa; mentre se l'atto si perfeziona e
diviene vincolante indipendentemente dalla morte, vien meno qualsiasi
legame fra morte e atto di disposizione e si da' sempre luogo a un
negozio inter vivos, nonostante il differimento della sua efficacia
al momento della morte di una delle parti. Nel caso in esame non v'e'
dubbio che si e' in presenza di atto inter vivos, e non mortis causa,
perche' la Perrone ha disposto del suo bene attualmente, trasferendo
immediatamente la nuda proprieta' del bene stesso, con relativi
diritti e oneri a favore e a carico degli acquirenti, riservandosi
l'usufrutto vita natural durante. Ne' vale a qualificare l'atto
mortis causa il fatto che con la morte della venditrice gli
acquirenti conseguono la piena proprieta' del bene, perche' trattasi
non di un effetto contrattuale ma di una conseguenza legale
dell'estinzione dell'usufrutto.
Quanto al secondo profilo va osservato che il negozio
assertivamente dissimulato (secondo la prospettazione della stessa
ricorrente, che ha sostenuto che la vendita con riserva di usufrutto
dissimulava appunto la disposizione testamentaria che aveva in animo
di fare a favore della Lucente e del marito di costei) e' del tutto
estraneo alla nozione di patto successorio, dovendo questo consistere
in un accordo tra le parti diretto a far sorgere un vero e proprio
vinculum juris, di cui la successiva disposizione testamentaria
costituisce in concreto l'adempimento, avendo in se' i requisiti di
un valido e irrevocabile patto obbligatorio da considerare nullo solo
in virtu' del disposto dell'art. 458 c.c.; per cui, come gia' detto,
non puo' ravvisarsi alcun patto successorio nella vaga promessa
verbale del de cuius di testare a favore di una determinata persona,
dato che una tale promessa e' inidonea a creare un vincolo inteso a
limitare la liberta' testamentaria.
B.1) In proposito va rilevato che la Perrone, dopo aver dedotto
all'inizio la simulazione assoluta del contratto di compravendita
18.6.1984, in mancanza della necessaria e indispensabile
controdichiarazione scritta quale prova della simulazione, ha poi
costruito la vicenda contrattuale come realizzazione di un patto
successorio, illecito ex art. 458 c.c., per superare i limiti della
prova posti dall'art. 1417e.c., in relazione agli artt. 2721 e 2722
stesso codice. Ma tale costruzione non regge perche' quel che viene
prospettato come negozio dissimulato non e' assolutamente un patto
successorio, ma solo l'intenzione che la Perrone aveva di garantire
ai coniugi Nobili-Lucente, coi quali aveva stretto rapporti di
amicizia quasi familiari, la disponibilita' dell'appartamento anche
per il tempo successivo alla sua morte. Anzi la prospettazione
rappresenta unicamente la spiegazione del motivo (interno e del tutto
irrilevante all'esterno) per il quale la Perrone ha effettuato la
vendita con riserva di usufrutto, ma non l'esistenza di un vero e
proprio patto successorio.
B.2) Donde l'inammissibilita' della prova testimoniale e
l'irrilevanza degli elementi indiziari circa la mancata
corresponsione del prezzo ai fini della simulazione della vendita, da
provarsi solo mediante controdichiarazione scritta.
In particolare per quanto riguarda il prezzo va osservato che i
giudici di merito hanno ritenuto la mancanza in atti di univoci
elementi di prova in merito alla natura liberale dell'atto, a fronte
della quietanza rilasciata dalla venditrice per la quasi totalita'
del prezzo e dell'accollo da parte dei compratori, per il residuo,
del mutuo fondiario con la Cariplo (di cui alle ricevute di pagamento
intestate ai coniugi Nobili-Lucente), avendo l'impugnata sentenza
approfondito l'indagine anche in riferimento al documento n. 3
(invocato dalla ricorrente per dimostrare la natura fittizia della
vendita), osservando come le voci e gli importi in esso indicati
erano privi di qualsiasi riferimento e non consentivano di risalire
alla natura ed entita' del mutuo. Con conseguente irrilevanza,
quindi, del deferito giuramento riguardante unicamente il pagamento
del prezzo in contanti (di cui alla dichiarazione di quietanza
contenuta in contratto) ma non anche l'accollo del mutuo.
In ogni caso, anche nell'ipotesi di attribuzione senza alcuna
controprestazione economica, va osservato che il trasferimento di un
diritto immobiliare (nuda proprieta') senza corrispettivo, qualora
non costituisca adempimento di un'obbligazione, neppure naturale,
morale, etica o sociale, si configura come donazione, perche'
l'animus donandi si presume, ed e' valido se, come nella fattispecie,
rivesta la forma pubblica (Cass. 19.3. 1998 n. 2912).
C) Il ricorso deve essere pertanto respinto.
Sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese
del giudizio di cassazione.
P. Q. M.
La Corte rigetta il ricorso.
Compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione.
Cosi' deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 2^ Sezione
Civile, il 19 novembre 1999.
Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2000
 
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